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Maât è una divinità dell’antico Egitto, dea della verità, della giustizia e dell’ordine cosmico, perno del pensiero faraonico e vera anima dell’Egitto. Nella mitologia egizia è figlia di Ra (il Sole) e sposa di Thoth, o Hermes, con il quale partecipava alla cerimonia della psicostasia, il giudizio che tutti i defunti dovevano sostenere per essere “giustificati”.

Essa è l’ordine opposto al disordine (Isfet), l’altruismo contro l’egoismo, la verità contro la menzogna, l’equilibrio contro il caos, la giustizia contro l’iniquità. Simbolo dell’ordine universale, Maât rappresenta anche l’etica che spinge l’essere umano ad agire in accordo con la coscienza che si ha in tale ordine, in ogni circostanza della vita. La dea Maât (illustr. 1) è raffigurata con una piuma bianca di struzzo posta verticalmente sul capo che evoca i raggi del sole, la vita spirituale, lo stato di perfezione verso il quale ogni essere umano deve tendere.

Dea Maât

Tutto è Maât: il Faraone e la sua funzione, il rito ed il sacerdote, il cibo e le offerte, il lavoro dell’orafo e quello del contadino, il soldato che fa grazia della vita al nemico vinto e l’uomo innamorato. Praticare la Maât significa vivere da persone oneste, civili, responsabili, sensibili, pienamente consapevoli. A cominciare dal Nuovo Regno la dea è stata rappresentata accovacciata, come nelle statuette che giudici e sacerdoti usavano portare appese al collo.

Nell’Antico Egitto Maât era la regola, e la regola era Maât. Nessun concetto poteva significarne tanti alla pari di Maât. Essa era l’ordine, la saggezza, la ritualità, la rettitudine, la giustizia, la morale, l’armonia universale. Era il cubito dell’artigiano, secondo il quale ogni cosa veniva misurata esattamente. Era la custode della Legge Divina, verità perfetta e sapienza assoluta. Dire e fare Maât, porre la regola nel suo cuore per governare con armonia: questo e solo questo era il compito principale del Sovrano, espressione terrena della divinità. Ispirandosi alla regola di Maât, il Re interveniva negli affari giuridici, proteggeva il debole dal più forte. E’ in virtù del suo legame con Maât che l’istituzione faraonica fu il più durevole dei regimi politici e attraversò i secoli. È per questo che il faraone (da per aa, grande casa) non poteva essere un tiranno: la sua volontà doveva essere solo Maât, al di fuori di essa c’era il caos. Maât era figlia del dio solare Ra e sorella di Thot, dio della sapienza. Con lui sedeva sulla prua della nave di Ra, impugnando lo scettro e l’Ankh e portando la piuma bianca della verità. A Maât prestava giuramento il Faraone, al momento dell’investitura, e nella sala di Maât (la Sala della Giustizia), al termine della vita terrena, avveniva la pesatura del cuore (v. Psicostasia) con la piuma della giustizia. (1)

«Chi dice verità, dice conformità dell’idea col suo oggetto – osserva l’egittologo M. Pierret -, il cui contrario è l’errore; conformità di ciò che si dice con ciò che si pensa, il cui contrario è la menzogna… La conformità si prova con la comparazione, così il vocabolo egiziano ha per determinativo e per ideogramma lo strumento tipo della comparazione e della misura: il cubito o regolo…». (2)

Identificazione delle idee su Maât

Una “materializzazione” delle idee inerenti a Maât, è identificabile in una forma geometrica precisa: è il rettangolo. Si tratta di un rettangolo piuttosto allungato da cui emerge il capo piumato della dea (illustr. 2).

Un rettangolo simile, ma senza la testa piumata emergente, è identificativo del cosiddetto “Lago della Verità” o “Lago di Fuoco”. (illustr. 3) Questo lago diventa una sorta di simbolico purgatorio per i defunti, che in esso troveranno appunto la purificazione dalle colpe e dai peccati commessi in vita. Il lago in discorso in genere è sorvegliato da quattro babbuini o cinocefali, animali sacri a Thoth. E’ a questi che l’anima del defunto si rivolge per impetrare la necessaria e dovuta catarsi. Sposo e “fecondatore” di Maât, come si è detto più sopra, è Thoth, ossia la suprema entità divina della misurazione e della scrittura. Nel papiro matematico conosciuto come “Papiro Rhind”, (3) dal nome del proprietario, in realtà si tratta di due frammenti papiracei ora al British Museum catalogati con i numeri “BM 10057” e “BM 10058”, si può leggere che la misurazione è il: “…Metodo corretto di entrare nella natura, conoscere tutto ciò che esiste, ogni mistero, ogni segreto…”. (4) Questo indica che per gli Egizi Antichi la matematica, la geometria, e le loro applicazioni, insomma, generalizzando, tutte le discipline inerenti alla misurazione, sono scienze in prevalenza pratiche; certamente. Misurare è indispensabile per cercare di capire e quindi, in qualche modo, per tentare di “dominare”, piegando alle proprie esigenze, il mondo che circonda l’uomo nilotico. È grazie a questa sorta di dominazione, a questa capacità di “rilegare” gli eventi, (5) che l’ambiente generatosi sulle sponde del Nilo, immaginato percorso da potenti forze sconosciute, invero rese più governabili proprio grazie alla loro “misurazione”, consente alla civiltà faraonica di prosperare. Di riflesso, in una simile prospettiva, la “misurazione” si può intendere nondimeno anche, se non soprattutto, come scienza al servizio della teologia. Non si deve dimenticare, in effetti, che le categorie greche nell’Egitto Antico non esistevano ancora. Tutto si compenetrava: la scienza era religione, la religione era magia, magia era previsione, previsione era astronomia, e così di seguito. In sostanza la conoscenza della verità è possibile solo se esistono le corrette conoscenze matematiche e geometriche, le stesse che governano l’ordinamento cosmico. (6)

Maât, ovvero la “Geometria” in persona…

Nella rappresentazione geroglifica del nome Maât compare il segno caratteristico del “cubito”, ossia l’avambraccio umano piegato ad angolo retto. (7) Il cubito, o regolo, è cosa nota, era lo strumento utilizzato dagli Egizi Antichi nelle loro misurazioni. La funzione misuratoria implicita nel concetto di Maât è quindi ben evidenziata e certificata anche mediante la scrittura e Thoth assume un senso ben preciso nello scenario così tratteggiato. Il valore geometrico di Maât con le sue formidabili funzioni applicative pratiche quindi, era nella disponibilità delle genti che all’epoca abitavano la valle del Nilo. A differenza di altre divinità, nondimeno, Maât non possiede templi, non ha luoghi specifici, dove poter essere adorata. E’ sintomatico, questo, dell’estrema e pervasiva diffusione sia della dea sia di tutto ciò che rappresentava. Non solo. Si deve ricordare che tutti gli dei vivono di Maât, ovvero delle regole che la dea incarna. Adorando una divinità qualsiasi, invero per una semplice regola commutativa, in automatico si adorava anche Maât. Non si deve poi dimenticare che Maât, in ogni caso, aveva il suo culto quotidiano officiato dal Faraone nella sua funzione primaria di sacerdote assoluto. Tutti i giorni, infatti, il sovrano – sacerdote offre con il culto alla divinità suprema la statua della dea ornata dalla tipica piuma sul capo. Il Faraone nella preghiera quotidiana, dice: “… Io vengo a te, io sono Thoth e reco Maât a mani giunte…Tu sorgi con Maât, tu vivi di Maât, tu unisci le tue membra a Maât… Thoth ti dona Maât, con le sue mani poste sulle sue bellezze innanzi al tuo volto… Tu esisti poiché Maât esiste e, reciprocamente, ella penetra nella tua testa e si manifesta innanzi a te per l’eternità…”. (8) Si deve notare poi, che Maât intesa come semplice termine, come vocabolo compare in diverse lingue, dal copto al babilonese passando per il greco divenendo qui radice per vocaboli come “mathema” (mathema: scienza, disciplina) e le sue derivazioni “mathematicos” (mathematikòs: matematica), “mathesis” (mathesis: imparare, disciplina), “metro” (metro: misuro), “metrema” (metrema: la misura), “metrios” (metrios: misurato, di giusta misura) e così via.

Eco di un’affinità con la voce Maât, si riverbera anche nel termine latino “materia”, inseribile nello stesso milieu del termine egizio. “Materia”, infatti, è ciò che è fisicamente tangibile e quindi misurabile… Viene da chiedersi: perché nelle diverse raffigurazioni Maât non compare mai sotto forma di cerchio bensì spesso e volentieri di rettangolo o di piuma? La strana domanda può trovare risposta certa in un semplice ragionamento. Maât è stata creata dalla divinità suprema Ra che la considera la “figlia prediletta”. RA è simbolicamente un cerchio. I testi espressamente dicono che Ra non può esistere senza Maât. “Geometrizzando” questi concetti, ossia trasformandoli in semplici figure geometriche, si può dire che Ra, ossia il cerchio, senza Maât, ossia il rettangolo, è inesistente, quindi inutile. In altri termini il cerchio da solo non basta per creare qualcosa. Occorre di più. Già, ma cosa? Il rettangolo? Soprattutto, di quale rettangolo si tratta e perché proprio quello e non altri? (9)

La dinamica sorprendente del cubito egiziano

Il cubito è unicamente di applicazione egiziana il ché fa presupporre, alla luce di tutti i concetti legati alla dea Maât, peraltro simboleggiata con un rettangolo sulla sulla sua cui sommità a sinistra si sporge il suo capo con la piuma. È sempre più ovvio che si non tratta di un punto di partenza di misura, ma di un seguito, del prolungamento di qualche cposa di assai più potente. Proviene manifestatamente da regole anteriori e molto più ambigue, probabilmente universali, in ogni caso non certo dall’avambraccio di un abitante dell’Alto o Basso Egitto. Il cubito di reale di Menfi è generalmente valutato 0,52 m., e fluttua a seconda degli autori che lasciano così intravedere la propria disattenzione, tra 0,50 e 0,55. Alla nota 7, se ne parla, tuttavia qui è detto anche che il cubito reale “Meh nesu”, secondo i più che convincenti studi dell’architetto Marco Virginio Fiorini, è 52.36 centimetri (Marco Virginio Fiorini, Nel cantiere della Grande Piramide. Gli architetti egizi svelati, 2012, Torino, p.52).

Vedremo fra poco quanto questa misura sia veritiera. Orbene, il cubito reale, come attestato dall’architetto Marco Fiorini, corrisponde esattamente a 0,5236 m.. Ciò significa che tale particolare è stato considerato trascurabile da grandi ricercatori che esprimevano altrove la loro competenza. Nella storia dell’uomo ci sono stati due generi di unità di misura: quelle assolute, legate al cielo e alla terra in modo universale, e quelle dette relative, legate a caratteristiche locali e temporali, scelte arbitrariamente dagli uomini. Il cubito farebbe dunque parte della prima categoria, come d’altronde il metro. Le cose stanno così anche se quest’ultimo è una frazione delle dimensioni della Terra (quarantamilionesima parte della circonferenza del globo) poiché, prima di tutto, è legato al numero π (pi greco = 3.14…), come il cubito. Effettivamente alcuni si arrischiano a indicare l’origine del cubito e lo accostano al perimetro del triangolo rettangolo di cateti 1 e 2, senza per questo né giustificare, né spiegare la decimalizzazione. Ma si vedrà più avanti che anche questo scoglio è superabile. Per ora è preso nel mero valore di cateti 1 e 2, l’ipotenua è la radice di 5, ossia 2,236. Il discorso sul triangolo rettangolo in questione, che sembra esaurire la ricerca sul cubito reale, invece si vedrà che va oltre, ma non manca di meravigliare perché è giusta la metà di un rettangolo speciale che per questo ha assunto il nome di rettangolo d’oro. Ed ecco il giusto rettangolo per riportarci al suddetto rettangolo di Maât, il “Lago della verità” del papiro di Ani (illustr. 3). (10)

Il Rettangolo d’Oro

Il rettangolo d’Oro lo si trova ovunque in natura e nelle arti; è un rapporto d’armonia, inevitabile, eppure messo raramente in luce. L’illustr. 4 mostra la geometria di questo rettangolo, detta anche aureo. In esso la somma del cateto minore e dell’ipotenusa divisa per il cateto maggiore dà così φ: (1+1,265…)/2=1,618…. Se cubito deriva dal perimetro, φ lo richiama ancora, poiché tracciando il cerchio, con centro sulla metà dell’ipotenusa, cioè in C, il segmento DB dell’ipotenusa AB è la sua misura, 1,618… con esattezza.

Si tratta del rettangolo della sezione aurea che ha due altezze di 1 e due basi di φ (fi = 1,265…), la cui, la cui somma dà ancora 5,236 (1+1+1,618+1,618)! Come d’altronde il triangolo detto di Cheope, di metà base 1, di cateti 1,618 e, ancora una volta, di perimetro 5,236. Anche se questo non viene formulato espressamente, si tratta della conseguenza della presenza di φ in ogni figura. Nell’illustr. 5 il rettangolo della sezione aurea è delineato dall’arco di cerchio passante per il punto D, per configurare il rettagolo di lato FG e di altezza BG.

I quarantadue giudici di Maât

Fin qui sembra tutto lineare nel geometrizzare la possibile misura di Maât, intravedendola nell’ideale rettangolo dell’illustr. 4, formato da due quadrati uniti, quasi a intravederla nella misura del cubito reale riconosciuto della misura di 0,5236 metri attraverso il rettangolo di lato FG e di altezza BG dell’illustr. 5. Ma resta ignota la geometrizzazione della gerarchia della magistratura tramite la quale Maât, che è astratta, svolge il suo ruolo per tutelare l’ordine, la saggezza, la ritualità, la rettitudine, la giustizia, la morale, l’armonia universale. Maât è il fondamento della religione egizia, è l’ordine universale, una legge pubblica e privata, che va tenuta in grande conto perché nel giudizio dei morti si veniva giudicati proprio su quella legge e sulla corretta applicazione di 42 norme di vita. Esse non avevano una funzione punitiva, ma erano considerate un modo per vivere bene e rispettare gli altri. Esse sono:

  1. Non ho commesso peccato.
  2. Non ho commesso furti con violenza.
  3. Non ho rubato.
  4. Non ho ucciso né uomini né donne.
  5. Non ho rubato grano.
  6. Non ho sottratto offerte.
  7. Non ho rubato le proprietà degli dei.
  8. Non ho mentito.
  9. Non ho sottratto cibo.
  10. Non ho proferito maledizioni.
  11. Non ho commesso adulterio, non ho giaciuto con uomini.
  12. Non ho fatto piangere nessuno.
  13. Non ho mangiato il cuore [cioè Non ho rattristato inutilmente, Non ho provato rimorsi].
  14. Non ho attaccato alcun uomo.
  15. Non sono un ingannatore.
  16. Non ho rubato terra coltivata.
  17. Non ho spiato.
  18. Non ho calunniato.
  19. Non mi sono adirato senza ragione.
  20. Non ho corrotto la moglie di nessuno.
  21. Non ho corrotto la moglie di nessuno. (Ripete l’affermazione precedente, ma rivolto a un altro dio.)
  22. Non mi sono contaminato.
  23. Non ho terrorizzato nessuno.
  24. Non ho trasgredito la legge.
  25. Non sono stato iroso.
  26. Non ho chiuso le mie orecchie alle parole della verità.
  27. Non ho bestemmiato.
  28. Non sono un uomo violento.
  29. Non sono un agitatore di contese (o un disturbatore della pace.)
  30. Non ho agito (o giudicato) frettolosamente.
  31. Non ho curiosato nelle varie questioni.
  32. Non ho moltiplicato le mie parole nel parlare.
  33. Non ho fatto torti, né ho fatto il male.
  34. Non ho compiuto sortilegi contro il Re, né proferito blasfemie contro il Re.
  35. Non ho fermato [il corso del] l’acqua.
  36. Non ho alzato il tono della mia voce (parlando con arroganza, o con ira).
  37. Non ho bestemmiato il Dio.
  38. Non ho agito con ira malefica.
  39. Non ho rubato il pane degli dei.
  40. Non ho sottratto alle anime dei morti le torte khenfu.
  41. Non ho strappato il pane al bambino, né trattato con disprezzo il Dio della mia città.
  42. Non ho abbattuto la mandria appartenente al Dio.

Senza Misura non ci sarebbe né Giustizia, né Verità, né Equilibrio, né Armonia e né Centralità. Insomma senza la Misura non sarebbe esistito il “Maât”. Il “Maât” rappresentava anche il supremo ordine cosmico di perfezione ed equilibrio, attributi già ampiamente esaminati. La felicità sulla Terra poteva essere vissuta solo seguendo il “Maât”, senza eccessi e nella giusta Misura. E questo “Maât” non era un qualcosa di irraggiungibile, ma era possibile approssimandovisi nella vita di tutti i giorni sulla Terra, tanto è vero che all’origine del significato della parola “Maât” vi era proprio una asta per misurare. Questa asta per misurare è raffigurata infinite volte nelle immagini pittoriche egizie principalmente di Iside e Nephtys aventi in una mano l’asta misuratrice del “Maât” e nell’altra mano il simbolo della vita, l’“Ankh”. Il “Maât” era anche un concetto di religione poichè quando si moriva si veniva giudicati nella hall, o salone, o stanza, del “Maât”, presieduta da Osiride, affiancato da Iside e dalla sorella Nephtys, oltre ad altre 42 divinità. Il “Maât” quindi era un concetto immortale, realizzabile e valevole sia nella vita quotidiana di tutti i giorni e sia nell’eternità dopo la morte. L’origine del “Maât” pertanto é anche l’origine della Misura perchè nessuno dei due poteva fare a meno dell’altro.

Come il “Maât” esprimeva un concetto di centralità dell’Uomo nel suo mondo, fisico, morale e metafisico e nel cosmo intero, così la Misura esprimeva un sofisticato concetto di centralità dell’Uomo al centro del suo Universo, con i suoi tre principali parametri di MISURE TEMPORALI, MISURE ANGOLARI e MISURE LINEARI, tutti scaturenti ed incernierati sull’Uomo e tutti, opera chiaramente di un pensiero sublime e geniale, interconnessi fra di loro, assieme alle dimensioni della Terra e quelle del Cosmo, mettendo in relazione lo spazio con il tempo e con il movimento della Terra e del Cosmo, con l’Uomo al suo centro e a sua percezione. Un capolavoro di architettura perfetto secondo il noto arcaico postulato “Tutto è Uno”. (11) In quanto all’espressione del giudizio di Maât in base alle 42 norme di vita suddette è ben rappresentata nell’antico Egitto da più papiri: il papiro di Hunfer di seguito mostrato dall’illustr. 6 con i 14 giudici di Maât e il papiro di Enfankh dall’illustr. 7 con i 42 giudici di Maât. E si capisce che senza la Misura di questi giudici, attraverso i numeri, non può esistere il “Maât”.

E siamo al punto di dover riempire il vuoto della misurazione dei 42 giudici di Maât sopportata dalle analoghe regole riscontrate del rettangolo d’Oro esaminato in precedenza, con una confacente geometria sopportata dalle analoghe regole riscontrate del rettangolo d’Oro esaminato in precedenza, che però non esiste nel repertorio della matematica accademica. Ammesso che ciò sia possibile, e lo è di certo, prima occorre approfondire il concetto che si ha sul conto di Maât, cosa che è possibile procedendo su due vie letteralmente opposte, una, l’ermetismo, ovvero l’alchimia, nata in Egitto con Trismegisto, che gli stessi sacerdoti egizi praticavano, e l’altra sorta in quest’epoca della scienza moderna, la meccanica quantistisca che sembra far luce sull’enigma. Ma vedremo che entrambe le vie convergono per agevolarci a raggiungere lo scopo che ci stiamo prefiggendo.

La simbologia del Rebis alchemico nell’affresco della cappella funeraria di Thutmose III (sec. XV a.C.)

Si può notare che non ci sia simbolo rappresentato nella cappella funeraria di Thutmose III dell’illustr. 11, che non sia all’insegna della coppia. E questo si lega alla concezione del Rebis filosofico dell’alchimia.

Una coppia in particolar modo ci interessa, quella del copricapo del faraone, la sua corona di circostanza, poiché è legata alla sua dipartita in stretta relazione alla pisicostasia. Cioè la cerimonia dell’antica religione egizia a cui, secondo il Libro dei morti nel capitolo 125, veniva sottoposto il defunto prima di poter accedere all’aldilà, nota come “pesatura del cuore”, o ” pesatura dell’anima”. Thutmosi III è garante delle leggi di Maât ed è per conseguenza in questa circostanza ha rappresentato l’assemblea dei giudici di Maât. Ed è con un copricapo duale sul capo di che essa si configura sul faraone con 32 archetti, 16 per parte. Nella sua onestà non ha mostrato superbia essendosi limitato a una parte dei 42 giudici. Ho considerato gli archetti piuttosto che gli spazi, dando importanza alle linee curve quali parti di un cerchio che li riunisce in Maât. Altro geroglifico che è posto in risalto è il serpente cobra posto su una coppa al centro dell’affresco in alto, definito Ureo (illustr. 10). Due simboli lo identificano lo scettro dei faraoni e dei è l’omega il segno astrologico della bilancia, che indicano il potere al serpente cobra. Le leggende sacre raccontano che questo serpente si trovava sulla fronte di Horus quando il dio andava sul campo di battaglia accompagnato dai suoi Shemsu-Hor. Con il suo alito infuocato l’ureo inceneriva il nemico. Grazie ai miti teogonici sappiamo che quest’arma letale veniva custodita in uno scrigno deposto nella fortezza orientale della città Per-Sopdu. Ma il cobra era anche il simbolo del Basso Egitto, raffigurato dalla dea Uto che originariamente veniva venerata nella città predinastica di Buto. Il suo pendant era la dea avvoltoio Nechbet, signora dell’Alto Egitto. Le Due Signore si affacciano sulle sponde del Nilo già nei tempi più antichi e sembrano aver avuto da sempre una funzione protettiva.

A questo punto abbiamo delle indicazioni per tradurre il concetto della dualità, da un lato della meccanica quantistica con “l’onda o particella”, e da lato dell’alchimia con il Rebis. E dal lato della geometria del simbolo, le suddivisioni dei 42 giudici di Maât legato all’ureo, cioè ad un serpente, le possiamo associare ad una curva, la stessa in 42 suddivisioni del copricapo di Thutmose III suddetto (illustr. 10).

Senza contare la configurazione tramite due parabole dell’acqua che fuoriesce dall’anfora nella mano dell’uomo di fronte al faraone, non per gravità! Altro segno legato al cobra quale potere che vi attiene. In più a tutto questo dall’alchimia, tramite il rebis di Basilio Valentino, abbiamo l’indicazione di cinque astri, di cui quattro segnati con stelle, più altri due segni, il compasso e la squadra: per suggerirci che strada prendere.

Ma non manca lo stesso affresco di Thutmose III suddetto a segnalarci sull’estrema sinistra (illustr. 11) i precedenti segni dello scettro e l’omega della bilancia, segno di Maât, legati al cobra, che ora si legano, in basso con un rettangolo e un triangolo, e in alto con una stella racchiusa in una curva chiusa rassomigliante alla lemniscata di Bernoulli. Ed è proprio la bilancia, il segno di Maât, su cui è posta la sua piuma per la pesatura del cuore dei defunti nel rito della psicostasia. Ed ora al lavoro per inventare nientemeno che la curva del cobra generatrice di tutti i poligoni stellati, ma è un argomento che rinvio ad un prossimo articolo. Si tratta di una matematica che non è contemplata nei testi accademici…

Gaetano Barbella

Note:

  1. Fonte: http://www.macropolis.org/esoterica/esonet/m00.htm
  2. In Boris de Rachewiltz, op. cit., p. 46.
  3. I due frammenti risalgono al “Secondo Periodo Intermedio”, intorno al 1650 – .C. Lo scriba che lo compilò di nome Ahmose, dichiara espressamente che il testo risale ad un periodo molto più antico, inquadrabile verso la fine del Medio Regno, intorno al 1994 – .C.
  4. Alice Cartocci, La matematica degli Egizi, 2007, Firenze, p. 9.
  5. S’intende qui, ad esempio: riuscire ad incanalare le acque del Nilo prevedendone le piene, conoscere il momento migliore per la semina e la raccolta, conoscere il modo migliore per mantenere prospere le varie greggi e così via.
  6. Fonte: https://marcolarosa.blogspot.com/2013/09/geometrizzazione-inversa-nel-segnodi.html
  7. Nell’Egitto Antico, curiosamente, esistevano diverse misure per il cubito. Vi era il cubito “Meh”, che misurava circa 52.5 centimetri. Come il cubito reale “Meh nesu”, che però potrebbe avere avuto quale misura effettiva, secondo i più che convincenti studi dell’architetto Marco Virginio Fiorini, 52.36 centimetri (Marco Virginio Fiorini, Nel cantiere della Grande Piramide. Gli architetti egizi svelati, 2012, Torino, p.52). Esisteva poi un piccolo cubito “Meh netches”, che s’aggirava intorno ai nostri 45 centimetri come registra il regolo rinvenuto nella tomba dell’architetto Kha, ora al Museo Egizio di Torino.
  8. Boris de Rachelwitz, op. cit., p. 47 – 48.
  9. Fonte: https://marcolarosa.blogspot.com/2013/09/geometrizzazione-inversa-nel-segnodi.html
  10. Fonte: Guy Gruais – Guy Mouny. Giza la porta dell’infinito. Pag. 45-46. Edizione Armenia.
  11. https://beautiful41.wordpress.com/2011/01/06/lorigine-della-misura-e-lorigine-del-maatgiustizia-ed-amore-cosmico-ancora-akhenaten/

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