IL RITRATTO OVALE DEL PRINCIPE RAIMONDO DI SANGRO E LA XXI ORA

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Cosa cela realmente il famoso Ritratto Ovale del Principe di Sansevero Raimondo di Sangro? Quali sono i simboli ed i significati nascosti? Ce ne parla l’autore Gaetano Barbella in questa sua interpretazione del Ritratto di Don Raimondo ad opera di Carlo Amalfi.

Il volto umano del Principe di Sangro.

Chi era il Principe.

Nato a Torremaggiore nel 1710, studi dai gesuiti e principe a 16 anni, Raimondo di Sangro fu geniale studioso e sperimentatore. Accademico della Crusca e Gran Maestro della massoneria, autore di un volume sull’arte militare che gli valse il plauso di Federico II di Prussia, fondò una tipografia primo nucleo della Reale Stamperia dei Borbone, in cui pubblicava libri proibiti. Tra le sue scoperte, la “lampada eterna”, dalla luce che si consumava mai; un cannone leggerissimo grazie alla scoperta di una lega metallica sconosciuta; infusi di erbe per curare i tumori; sostanze chimiche per trattare ceramica, stoffe, marmo.

Il libro: Dai numeri la verità.

Qui sono elencati, trascritti e documentati gli inediti che attestano le prove degli esperimenti: smalti particolari per stampare a colori con un solo passaggio tipografico, il compenso di 2mila ducati al medico Giuseppe Salerno per il lavoro di ricostruzione del sistema venoso e nervoso fatto su due cadaveri, uno maschile e uno femminile, feto compreso (poi perso), tuttora perfettamente conservati nella cavea della famosa Cappella di famiglia, materiali per la costruzione della “carrozza marittima”, una specie di moderno pedalò, con cui andare a zonzo nel golfo di Napoli.

Il principe dal cuore buono.

Circa cinquanta dei cinquecento documenti confluiti nel libro di Eduardo Nappi sono esposti presso il secondo piano di Palazzo Ricca. Sono soprattutto gli antenati dei moderni assegni circolari, da cui è stato possibile identificare precisamente alcuni degli artisti che hanno lavorato all’interno della Cappella di famiglia (Lazzari, Persico, Corradini, ecc).

Illustrazione 1: Carlo Amalfi. Ritratto di Raimondo di Sangro (1747-1750 circa; incisione)

Un documento inoltre attesta il buon cuore del principe. Lo scultore (minore) Fortunato Onelli non completò nei tempi previsti l’opera assegnata, andando incontro nel 1766 a una penalità di 24 ducati. Raimondo di Sangro si commosse per i problemi familiari dell’artista e sospese il pagamento della sanzione.

“Il libro e la mostra sul Principe di Sansevero gettano una nuova luce su una figura particolare molto cara a Napoli, ha ricordato il Presidente della Fondazione – Istituto Banco di Napoli Adriano Giannola, e sono il frutto di un lungo lavoro basato su documenti contenuti nel nostro Archivio. E’ un ulteriore stimolo a frequentare e riscoprire questo patrimonio, che custodisce storie e tesori da valorizzare e mettere in circolazione. Come Istituto siamo impegnati da sempre a promuovere una dimensione attiva della memoria e a mettere a disposizione del pubblico quanto ereditato nei secoli dai Banchi napoletani”. (1)

Altri volti del Principe Raimondo di Sangro secondo leggende popolari.

Accanto al “mito colto” di Raimondo di Sangro, è fiorita nei secoli una moltitudine di leggende sulla Cappella Sansevero e il suo originale mecenate. I rumorosi laboratori sotterranei di Palazzo Sansevero, che non tacevano neanche di notte e gettavano sinistri bagliori, le sensazionali invenzioni che ne sortivano, meravigliando chi le osservava, dovevano accendere la fervida fantasia popolare dei napoletani, e in particolare di coloro che abitavano negli angusti vicoli del centro antico.

Le parole di Salvatore Di Giacomo rendono ottimamente l’atmosfera che nel ’700 eccitava l’immaginazione e il timore dei passanti: “Fiamme vaganti, luci infernali – diceva il popolo – passavano dietro gli enormi finestroni che danno, dal pianterreno, nel Vico Sansevero […] Scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio, ed ecco, romori sordi e prolungati suonavano là dentro: di volta in volta, nel silenzio della notte, s’udiva come il tintinnio d’un’incudine percossa da un martello pesante, o si scoteva e tremava il selciato del vicoletto come pel prossimo passaggio d’enormi carri invisibili”. Così, Benedetto Croce ricorda come, “per il popolino delle strade che attorniano la Cappella dei Sangro”, il principe di Sansevero fosse “l’incarnazione napoletana del dottor Faust […] che ha fatto il patto col diavolo, ed è divenuto un quasi diavolo esso stesso, per padroneggiare i più riposti segreti della natura”.

Ecco alcuni dei misfatti e dei prodigi che, secondo la cosiddetta “leggenda nera” che avrebbe compiuto il principe di Sansevero: “fece uccidere due suoi servi” per “imbalsamarne stranamente i corpi” (il riferimento è alle Macchine anatomiche); “ammazzò […] nientemeno che sette cardinali” per ricavare dalle loro ossa e dalla loro pelle altrettante sedie; accecò Giuseppe Sanmartino, autore del Cristo velato, affinché egli “non eseguisse mai per altri così straordinaria scultura”; “riduceva in polvere marmi e metalli” ed “entrava in mare con la sua carrozza e i suoi cavalli […] senza bagnare le ruote”. Sul capolavoro del Sanmartino, poi, è sorta quella che è probabilmente la più diffusa e la più inossidabile delle leggende, secondo cui il principe avrebbe “marmorizzato” attraverso un procedimento alchemico il velo del Cristo.

Un altro fantasioso racconto riguarda le circostanze della morte del principe di Sansevero, che per i napoletani è il “Principe” per antonomasia. È ancora Croce a riportarlo: “Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia […] cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato”.

Queste e tante altre leggende sono ancora vive, e continuano a nascerne di nuove. Basta aggirarsi tra i visitatori della Cappella Sansevero per sentire raccontare le più bizzarre storie su Raimondo di Sangro e le opere da lui commissionate, e non è raro imbattersi in un passante che, davanti a Palazzo Sansevero, si fa il segno della croce come per scacciare i malefizi del temuto e “diabolico” principe. C’è perfino chi ha narrato di “incontri ravvicinati” con lo spirito di Raimondo di Sangro. È anche attraverso questi stravaganti racconti che a Napoli sopravvive – distorto, ma saldo – il ricordo del Principe di Sansevero. (2)

Il ritratto ovale non ellittico di Raimondo di Sangro di Carlo Amalfi.

Dopo aver letto le due versioni sulla figura del Principe Raimondo de Sangro si è un po’ interdetti nel giudicare il ritratto di Raimondo de Sangro eseguito dall’artista Carlo Amalfi, uno dei suoi collaboratori più stretti, conosciuto quale ritrattista amato da Carlo III di Borbone. Nelle sue rappresentazioni dipinse scene di genere per collezioni private romane e napoletane, mostrando legami artistici con Gaspare Traversi. Nel genere sacro la sua mano risultò molto accademica, influenzata dal Francesco De Mura e dal Sebastiano Conca detto “Il Gaetano”, del quale fu allievo. 

Il ritratto in questione è come diviso in due, la cornice con cui fa corpo e il ritratto del Principe sontuoso e imponente, a parte i fregi araldici fuori campo che completano la sua principesca figura. Ma sappiamo che la rappresentazione deve per forza maggiore avere connotazioni alchemiche che Raimondo de Sangro deve aver suggerito a Carlo Amalfi in qualche modo di rappresentarle. Come a supporre che la fonte dell’ispirazione alchemica del ricercatore Raimondo di Sangro, che in Alchimia è la Vergine della Materia prima, nota comunemente come il Drago, debba intravedersi appunto nella cornice. Infatti è per questa ragione che egli punta decisamente il dito sulla cornice, ma non solo.

Osserviamolo bene questo ritratto per notare eventualmente se ci sono della possibili anomalie rappresentative in contraddizione. Anche se lo stesso principe Raimondo di Sangro deve averlo coniato facendo leva sulla sua vasta cultura e visione estetica collaudata, oltre ai tanti esperti dell’arte che fino ad oggi non hanno mai trovato nulla da ridire, da disapprovare.

Tuttavia si sorvola sulla visione dei grafici geometrici che racchiudono il segreto dell’alchimia del cielo e che trova la sua sede eccelsa nel circolo in rapporto alla materia, cioè il quadrato.

Nel ritratto del Principe Raimondo de Sangro la cornire fa corpo unico con esso e si nota che la sua forma ovale non è ellittica ma composta da due coppie di circoli, in alto e basso e ai due lati. Ed ecco ciò che non doveva essere concepito come cornice, se non un ellisse al suo posto. 

Un ellisse se si inclina in modo adeguato ritorna a essere un cerchio, mentre l’ovale del ritratto di Raimondo di Sangro, assolutamente no.

E cosa rappresenta la cornice per tanto rilievo al concetto sulla geometria del cerchio ed ellisse? La cornice può considerarsi come la pelle che avvolge il corpo umano tale che dalla sua fattura si arriva a far delineare un corpo bello e armonioso. Ma a noi interessa sapere che la cornice può corrispondere alla “rete” che avvolge l’uomo della statua del Disinganno esposta nella Cappella di Sansevero di Napoli, una di altre opere marmoree concepite dal Principe Raimondo de Sangro. Alchemicamente la “rete” rappresenta il Vitriol, ovvero il Leone Verde, ma anche il giovane angelo alato e coronato che scopre dalla rete l’uomo, nel quale va intravisto il Leone Rosso. Anche i veli che avvolgono le statue del Corpo velato del Cristo e la Pudicizia rappresentano la stessa cosa. Di seguito si parlerà della suddetta “rete” che in alchimia rientra nella definizione del Sigillo di Hermes.

Il Sigillo di Hermes.

Illustr. 2: Disegno dell’autore. Bourges. Palazzo Lallemant. Leggenda di San Cristoforo.

Alle pagg. 150-156 del libro “Il Mistero delle Cattedrali” di Fulcanelli, Edizioni Mediterranee, è posta in evidenza tutta una tematica ermetica incentrata su una cintura tessita secondo linee incrociate, nell’intento di rappresentare la superficie del solvente mercuriale quando è stato preparato canonicamente. L’illustr. 2 (nel libro è la tav. XLII) mostra questa cintura indossata da San Cristoforo che porta sulle spalle il Bambino-Re secondo la nota leggenda della quale riporto la parte saliente che riguarda il segreto riposto nella suddetta cintura.

«La cintura di Offerus, il nome pagano di san Cristoforo ancor prima di essere santo, secondo la leggenda, «è trapunta secondo linee incrociate, simili a quelle che si vedono sulla superficie del solvente quando è stato preparato canonicamente. Questo è il segno, che tutti i Filosofi riconoscono per indicare, esteriormente, la virtù, la perfezione e l’estrema purezza intrinseche della loro sostanza mercuriale. […] Questo segno, gli autori l’hanno chiamato Sigillo di Hermes, Sale dei Saggi (Sel sta per Scel), ‒ cosa questa che getta la confusione nello spirito dei ricercatori, ‒ segno e impronta dell’Onnipotente, ed anche sua firma, ed ancora Stella dei Magi, Stella polare, ecc. Questa disposizione geometrica sussiste ed appare con maggiore definizione quando si è messo a sciogliere l’oro nel mercurio, per portarlo al suo stadio primitivo, quello di oro giovane o ringiovanito, in una parola di oro bambino. Per questa ragione, il mercurio, ‒ fedele servitore e Scel della terra, ‒ è chiamato Fontana di giovinezza. Quindi i Filosofi si esprimono chiaramente quando insegnano che il mercurio, una volta effettuata la soluzione, porta il bambino, il Figlio del Sole, il Piccolo Re (Reuccio), come una vera e propria madre, perché, in effetti, l’oro, nel suo seno, rinasce. 

«Il vento, – cioè il Mercurio alato e volatile, – lo ha portato nel proprio ventre », ci dice Ermes nella sua Tavola Smeraldina. […].».

Illustrazione 3: Melencolia I di Albrecht Dürer.  La cintura tessuta con linee incrociate

Notare che nelle iconografie le culle sono le classiche ceste di vimini intrecciati dove è adagiato il bambino ermetico appena nato.

Altra iconografia d’arte in cui si rintraccia la tessitura del “Sigillo di Hermes” in questione è la famosa opera a bulino, Melencolia I, di Albrecht Dürer in cui si nota chiaramente la cintura tessita con linee incrociate che cinge la vita dell’angelo, come quella di san Cristoforo dell’illustr. 3.

A questo punto si può dire che, con la cintura tessita con linee incrociate di san Cristoforo e dell’angelo di Melencolia I di Albrecht Dürer, ci siamo avvicinati alla rete dell’opera il Disinganno. Non solo ma anche le due allegorie suddette suggeriscono modi diversi di interpretare l’angelo coronato con la fiamma e l’uomo con la rete.

Più da vicino si tratta della Seconda Opera alchemica che si risolve in molte fasi e ha per scopo quello di manifestare lo Zolfo Filosofico, embrione della futura Pietra Filosofale. Le tre statue, il Disinganno, il Cristo velato e la Pudicizia, si riferiscono ognuno ad una delle fasi anzidette. 

Per ogni fase tre sono gli interpreti che intervengono in questa seconda opera e sono disposti in un vaso per la sublimazione in tre strati:

  1. In fondo la Terra Adamica o Rossa, che dovrà cedere lo Zolfo contenuto in essa al bagno di Mercurio sovrastante. 
  2. Al di sopra della Terra Adamica si disporrà il Mercurio Comune StellatooDissolvente che, sotto forma di Bagno o Acqua Mercuriale(Specchio dell’Arte) che sommerge la Terra la quale rappresenta il Magnete che attirerà a sé lo Zolfo.
  3. In superficie si disporrà il Vitriol o Leone Verde, che costituisce la “rete” che permetterà di “pescare” l’embrione. 

Da qui cominciano le varie Sublimazioni o aquile che caratterizzano le diverse fasi della suddetta Seconda Opera.

Lo scopo delle Sublimazioni è quello di estrarre lo Zolfo Filosofico dalla Terra Rossa e di unirlo intimamente al Mercurio Comune. Il processo consiste in una serie ripetuta di imbibizioni e disseccamenti, simboleggiati dal combattimento del Fisso o Remora (= lo Zolfo Filosofico contenuto nella Terra Adamica) con il Volatile o Salamandra (= il Mercurio Comune) (o dal combattimento del Leone-Zolfo con l’Aquila-Mercurio). Ricordandosi che il “secco beve avidamente l’umido” bisogna evitare di sommergere la Terra con un bagno eccessivo di Mercurio.

Man mano che le Sublimazioni progrediscono, verso la quarta o quinta Aquila, si assiste al Bagno degli Astri: alla superficie del Bagno Mercuriale si formano delle Granulazioni, prima argentate (Luna), poi dorate (Sole). Parallelamente la Materia si sbianca progressivamente (sbiancamento del “Lattone“). Ad ogni disseccamento si verifica l’apparizione di fiori bianchi sulla superficie (che rappresentano lo Zolfo Filosofico in formazione) e ad ogni imbibizione si manifesta l’apparizione della Stella (simbolo del Mercurio Comune).

Proseguendo le Sublimazioni, il Leone Verde (Vitriol) va a cedere il suo Sangue al Leone Rosso, ovvero, dai fiori bianchi, si forma lo Zolfo Filosofico(Rosso) o Oro Filosofico: è il Principio Maschile, Fisso.

Questo Zolfo Filosofico è stato estratto dalla Terra Adamica grazie all’azione attrattiva del Mercurio Comune Dissolvente (inteso come “Magnete“) ed ora sta emergendo alla superficie: tale operazione è anche chiamata Reincrudazione dell’Oro o Terra Adamica, nel senso che rappresenta il “ringiovanimento” del Principio Zolfo contenuto nella Terra, l’ottenimento dello Zolfo nel suo stato di purezza originaria.

Alla superficie del Mare Filosofico (= il Bagno di Mercurio Comune) si è formata l’Isola di Delo (dove nascono Apollo e Diana). Questa sostanza, chiamata Echineis, Ichtuso Remora, è lo stesso Zolfo Filosofico ormai unito indissolubilmente col Mercurio Comune in una sostanza ermafrodita, che costituisce l’Embrione metallico, il germe della futura Pietra Filosofale. Come un “pesce“, questo embrione viene “pescato“, cioè intrappolato, dalla rete a maglie intrecciate formata in superficie dal Vitriol.  

L’embrione che abbiamo ottenuto è il Rebis, la sostanza doppia o androgina, chiamata con moltissimi nomi:

  1. se consideriamo il suo aspetto “fisso” è Zolfo Filosofico, Piccolo Re, Remora, Embrioneo Infante Regale.
  2. se consideriamo il fenomeno dal punto di vista del Mercurio, possiamo dire che il Mercurio Comune (Femminile), sublimato al massimo grado dalle Aquile, si è unito indissolubilmente con lo Zolfo (Maschile), diventando una sostanza doppia o ermafrodita, un Mercurioanimato” o anche “fissato” dallo Zolfo, che è chiamato Mercurio Filosofico, Mercurio Doppio o Secondo Mercurio.
 Illustrazione 4: Il Disinganno della Cappella di Sansevero a Napoli.

La generazione del Rebis o Mercurio Filosofico costituisce la Congiunzione della Seconda Opera (la Congiunzione al Bianco) ed è chiamata anche incesto filosofale in quanto il Mercurio Comune, come madre che ha generato lo Zolfo (figlio) estraendolo dalla Terra Adamica, si è poi congiunto al suo stesso figlio (Zolfo Filosofico). (3)

Riassumendo ogni cosa detta, l’opera scultorea del Disinganno, mostra con estrema precisione la misteriosa Seconda Opera alchemica intesa allo scopo di liberare lo Zolfo dalla prigione corporea in cui è prigioniero. È un pesce mistico, chiamato con i nomi di remora, delfino, sogliola, ecc, per mezzo di una rete costruita ad arte. La rete è il Vitriol o Leone verde o anche Smeraldo dei saggi, ma è continuamente diversa in fattura nelle varie fasi operative delle sublimazioni o aquile. La remora, fino alla fase finale è incerta nell’aspetto, cioènon è manifesta nella sua concretezza alchemica a dar luogo al Rebis filosofico finale e questo genera nell’alchimista un senso di incertezza, di inquietitudine, di inganno, che poi alla fine si traduce serenamente, ad opera conclusa, felicemente, in disinganno che attiene al titolo dell’opera il Disinganno

E con questa dissertazione sull’opera del Disinganno della Cappella di Sansevero di Napoli e sull’Alchimia del Sigillo di Hermes, ci siamo accostati al giusto significato da attribuire alla cornice del ritratto ovale dell’illustr. 1 di Raimondo di Sangro, che solo di forma ellittica porterà ad un risultato che meraviglierà come farò vedere di seguito.

Il Sigillo di Hermes del giusto ritratto di Raimondo di Sangro.

L’illustr. 5 mostra la silouette geometrica ellittica della cornice del ritratto di Raimondo di Sangro. Vedremo cosa riuscirà a fare di prodigioso la bacchetta magica del Bagatto Alchimista Raimondo di Sangro, attraverso la geometria. La prossima illustr. 6, che mostrerà solo la parte geometrica, la linea EG saràla direttrice di un raggio che si rifletterà all’interno dell’ellisse che taglia i due assi cartesiani orizzontale e verticale nei punti ABCD.

Il raggio EG, asse della bacchetta magica del Mago Alchimista Raimondo di Sangro, si riflette quattro volte per formare il romboide EGHI. Si deve riconoscere che è una configurazione davvero singolare che non si poteva delineare nell’ovale originale non ellittico della cornice del ritratto in questione. Ma vera singolarità non è in questa configurazione ma nelle geometria che deriva dal romboide come è sviluppato nella nuova geometria  mostrata dall’illustr. 7.

La geometria del ritratto di Raimondo di Sangro, come da illustr. 6. I due cerchi in tangenza con i lati del romboide danno luogo ad un pentagono che poi generano un pentagramma.

I due cerchi in tangenza con i lati del romboide danno luogo ad un pentagono che poi generano un pentagramma. Ed ecco l’emblema del pentalfa che conferma il Principe Raimondo di Sangro con l’oro filosofale della Massoneria Ed è come una conferma che gli viene dall’alto perché Raimondo di Sangro è stato Gran Maestro della Massoneria napoletana.

La Massoneria raccoglie simboli di grande valore etico, esoterico e filosofico, tra questi l’antica Stella a 5 punte. Elaborando il pentalfa, ha prodotto il Pentalfa Fiammeggiante, ch’è una splendida rappresentazione della condizione iniziatica. La Stella a 5 punte è anche chiamata Stella dei Magi, in ossequio al segno di potenza e di luce che illumina il cammino spirituale; per questo motivo viene messa sul presepio e sull’albero di Natale.

Gli Architetti medievali ravvisavano nel Pentalfa il valore numerico del Numero d’Oro (1,618) con cui nelle costruzioni stabilivano il rapporto di 3 a 5.

Le proporzioni del Numero d’Oro si ritrovano in tutto ciò che nell’uomo crea una sensazione di armonia e di bellezza e la loro utilizzazione è di grande fecondità. Questo segno dinamico della Natura e dell’Uomo, però non tocca i “piani superiori”. Solo i cerchi che se ne dipartono, tracciati dal “Compasso dello Spirito” permettono di giungervi.

La «Stella» è l’emblema per antonomasia della Massoneria ed è mostrata ovunque. Orna i frontespizi degli edifici e decora il petto degli uomini migliori, persino dei principi della Chiesa. Assieme al Delta Luminoso fregia monumenti e chiese (J. Boucher op. cit.). (4)

Il Pentalfa Fiammeggiante.

Gli Operai speculativi ne hanno sviluppato i significati filosofici ed esoterici, facendone la massima rappresentazione della condizione iniziatica: di Uomo che ha ricevuto la Luce.

« … la Stella Fiammeggiante, il Pentalfa che nel centro porta l’ideogramma che traduciamo con la lettera G. La stella Fiammeggiante che appare al vincitore delle attrattive terrene è la stella del Genio Umano; ha cinque punte che corrispondono alla testa e alle quattro estremità dell’Uomo; è la Stella del Microcosmo che in Magia impersonifica il segno della Volontà Sovrana cioè dell’irresistibile mezzo di azione dell’Iniziato. » – Umberto G. Porciatti

« … la Stella Fiammeggiante è il centro da cui s’irradia la vera luce.» – Guillemai de Saint Victor

« … la Stella Fiammeggiante rappresenta la luce, quella che illumina il discepolo dei Maestri, l’operaio capace di servirli umilmente; è dunque il simbolo dell’Intelligenza e della Scienza.» – Gedalage

Per la Massoneria « …la Stella Fiammeggiante è l’emblema del libero pensiero, del sacro fuoco del genio che innalza l’uomo alle grandi cose.»

«… l’adepto non può realizzare il Rebis che dopo aver dominato le attrazioni elementari. Tutto quello che vi è in lui di inferiore, di bruto, di bassamente istintivo deve essere domato, prima che gli sia consentito di attirare il Fuoco del Cielo per incorporarselo. Si tratta, in altre parole, di sormontare l’animalità, per conferire all’Uomo propriamente detto il pieno possesso di sé» – Oswald Wirth.

A questo punto si è avuto il modo di intravedere nel pentalfa fiammeggiante, comparso nel ritratto del Principe Raimondo di Sangro, se pur con l’ausilio di un ellisse, ma non concepito da lui, e così capire che entro certi limiti egli è riuscito di giungere a concepire, la Pietra filosofale, ma solo in potenza. Cioè di non aver concluso forse a buon fine la terza fase conclusiva della Grande Opera. Non c’è altra spiegazione poiché la cornice del ritratto ovale, ma non ellittico, dell’alchimista e mago Raimondo di Sangro, doveva essere depurata e così non ha permesso di completare la terza opera alchemica. Ma non per colpa di Raimondo Sangro, solo che non era l’epoca giusta per giungere al suo scopo poiché il processo alchemico prevedeva la precisa conoscenza della scienza matematica esoterica (indicato dall’ovale ellittico della cornice) che solo nell’epoca futura sarebbe stato possibile venirne a conoscenza. Questa ipotesi mi è sorta nell’esaminare un particolare della statua del Disinganno della Cappella di Sansevero eseguita dall’artista Francesco Queirolo, ma con la supervisione di Raimondo de Sangro.

Mani che parlano.

Abbiamo sentito un maestro straordinario, Fulcanelli, nel capitolo Il Sigillo di Hermes, con le sue spiegazioni, ma l’angelo della statua parlante Il Disinganno, che impersona il Vitriol, ovvero il Leone verde, nessuno ch’io sappia lo ha notato, ha le mani che parlano. Osservate l’illustr. 8: l’angelo coronato sfiora appena con la mano destra uno scettro che mostra segni vegetali ed è il segno regale che egli ha appena estratto dall’iniziato all’Alchimia Spagiria, col gesto della mano sinistra nell’atto di svelarlo dalla rete che lo avvolgeva nascondendolo.

Un chiarimento sul Leone Verde e Leone Rosso.

Un chiarimento molto importante riguarda il Leone Verde, ovvero il Vitriol, che a completamento della Seconda Opera cede il suo sangue al Leone Rosso. Cioè proseguendo le Sublimazioni, il Leone Verde (Vitriol) va a cedere il suo Sangue al Leone Rosso, ovvero, dai fiori bianchi, si forma lo Zolfo Filosofico(Rosso) o Oro Filosofico: è il Principio Maschile, Fisso

Illustrazione 8: Lo scettro dell’Alchimia Spagiria nella mano dell’angelo coronato del Disinganno. L’indice e il mignolo che parlano.

Generamente, il Leone è il segno dell’oro, segno sia alchemico che naturale; radice, cioè, delle proprietà fisico-chimiche di questi corpi. Ma i testi di alchimia danno lo stesso nome alla materia che, nella preparazione del solvente, accoglie in sé lo Spirito universale, il fuoco segreto. In ambedue i casi si tratta sempre dell’interpretazione della potenza, dell’incorruttibilità, della perfezione.  

Il primo agente magnetico che serve a preparare il solvente, alcuni lo hanno chiamato Alkaest, – si chiama Leone verde, non tanto perché possiede una colorazione verde, ma perché non ha ancora acquisito i caratteri minerali che distinguono chimicamente lo stato adulto da quello nascente. È un frutto ancora verde ed acerbo, e paragonato al frutto rosso e maturo. È la giovinezza metallica, sulla quale non ha ancora agito l’Evoluzione, ma che contiene in sé il germe latente di una energia reale, che piú tardi sarà destinata a svilupparsi. È lo stadio in cui sono l’arsenico ed il piombo in confronto all’argento ed all’oro. Il Leone rosso, dunque, secondo i Filosofi, non è altro che la stessa materia, o Leone verde, portata mediante speciali procedimenti a questa tipica qualità che caratterizza l’oro ermetico o Leone rosso. (5) 

Di qui si può riconoscere che l’angelo alato con la corona munita di fiamma, del Disinganno, è il Leone Verde della giovinezza metallica, ma non si deve credere che il rapporto con l’anziano Leone Rosso, cioè l’uomo rivestito di rete di fronte a lui è dei migliori. Scopo di questi due, che sono “contrari“, è convolare a nozze e rappresentano il Sole (il Leone Rosso) e la Luna (il Leone Verde).

Nello scenario del Disinganno si concretizza appunto la fase in cui, dal Leone Rosso, che sta invecchiando, attraverso una rete, il Leone Verde  (il Vitriol) cioè l’angelo alato, gli sottrae lo scettro che rappresenta il pesce, ovvero la remora o detto in altri nomi. Ma ho fatto capire che si tratta in una certa fase delle sublimazioni, e che arrivano a sette. 

Ma cosa dicono le mani del Vitriol, cioè il dito indice e l’anulare della sua mano ? Indicano le due proprietà dello scettro, ovvero della remora alchemica:

  1. La regalità del mondo vegetale (relativo all’Alchimia Spagiria (6) ) segnata dall’oro della sezione aurea della matematica, detto anche rapporto aureo. Sostanzialmente la sezione aurea è un rapporto tra due numeri. In particolare, è un rapporto tra due numeri che dà come risultato il numero irrazionale 1,618033… (per comodità di lettura il numero è volutamente troncato). Questo numero, essendo veramente unico e particolare, prende il nome di Phi. Il rapporto aureo è alla base di molte delle forme più armoniose della natura. Lo stesso nome, “aureo”, indica il senso di armonia e di perfezione generato dalle forme che si basano su questo numero nel nostro cervello. La sezione aurea in natura assume spesso la forma della spirale costruita su rettangoli che seguono il rapporto 1,618:1. La spirale aurea è infatti una spirale di tipo logaritmico che cresce seguendo un cosiddetto fattore di accrescimento pari a Phi. Alcuni esempi della spirale aurea in natura possono essere alcune forme di conchiglie, la disposizione degli stami dei fiori, la forma delle galassie e dei cicloni e tantissime altre.
  2. La regalità comporta equaminità nel giudicare e il segno della Media rappresenta il fulcro della bilancia della giustizia, appunto.

È proverbiale il detto, in medio stat virtusimmèdio …› (lat. «la virtù sta nel mezzo»). – Sentenza della scolastica medievale che deriva da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, esprimenti l’ideale greco della misura, della moderazione, dell’equilibrio: la virtù è nel mezzo, tra due estremi che sono ugualmente da evitare. È talvolta ripetuta per affermare la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi. (Treccani)

Ma ci sono le dita che esprimono in felice sintonia le suddette virtù…

L’indice è connesso a Giove e a Giunone ed è il dito dell’Autorità, della Giustizia, della Lealtà. Per gli Arvali esso è definito “dito di quercia” o “dito della ginestra”. I giudici, gli imperatori o anche il pater e la mater familias quando volevano sottolineare la loro autorità alzavano sempre il dito indice (cosa che del resto ancora oggi facciamo quando vogliamo riprendere qualcuno…). Essendo il dito della Lealtà, il saluto romano veniva effettuato semplicemente alzando il dito indice, ma della mano destra (mano della Fides): tutte le altre forme di cosiddetto “saluto romano” inventate nel più o meno recente passato sono frutto solo della fantasia.

Nei riti connessi ai defunti o agli dei Inferi, il medio è legato a Plutone e Proserpina come Autorità Infere.

La punta del dito indice è definito come “punto di divinazione“. Secondo la simbologia Arvalica si cita la punta dell’indice come come “punto dell’ontano” o “punto del frassino”, alberi usati per la divinazione.

Il mignolo è legato a Mercurio, nel suo aspetto ctonio ed infero. Talora definito come “dito dell’anima”, “dito del pensiero” o “dito delle ombre”. Secondo la simbologia Arvalica, viene indicato come “dito del tasso” poichè questo albero fornisce il legno usato per le pire dei defunti, per la costruzione delle urne funerarie. La barca che conduce le anime negli Inferi è fatta di legno di tasso. Questo albero è inoltre sacro a Maia, il tepor sotterraneo. Esso ha un valore rilevante nella chiromazia e nella divinazione antica soprattutto nei riti legati ai defunti. Il dito mignolo è collegato ai polmoni (organo connesso a Mercurio).

Il mignolo pertanto, con la sua relazione all'”anima“, al “pensiero” o alle “ombre“, cioè ai “defunti“, si confà agli iniziati dell’Alchimia perché l’opera che essi intraprendono comporta la morte iniziatica.

Illustrazione 1: Carlo Amalfi. Ritratto di Raimondo di Sangro (1747-1750 circa; incisione)

A questo punto ci si domanda, il segno della sezione aurea segnata dal dito mignolo vale solo come simbolo o vale come segno matematico con la precisa ipotesi di far risalire il potere, non  solo in senso alchemico, ma oltre, cioè sul piano fisico della materia facendo leva su nuove leggi fisiche, ancora da venire? Tanto che l’altro segno indicato dal dito indice quale “media” dello scettro, nel senso del detto “In medio stat virtus“, cambia connotazione per significare “per mezzo di“, e naturalmente per dire “per mezzo della matematica della sezione aurea“. Ed ecco la possibile conclusione per avvalorare la mia ipotesi del rimando ad un’epoca futura la realizzazione della Pietra filosofale di Raimondo di Sangro. Cioè a ipotizzare che egli si reincarnerà nell’uomo che porterà a termine la sua opera perché perverrà alla conoscenza di una matematica nuova per realizzare l’embrione del nuovo corpo umano, molto più resistente e obbediente.

Ed ecco anche la spiegazione del dito indice proteso verso l’Ovest, cioè verso il futuro da venire, verso la XXI ora nel ritratto ovale del Principe Raimondo di Sangro dell’illustr. 1 e 5, visti come orologi.

Il dito indice del Principe Raimondo del Sangro segna la XXI ora?

Se così fosse in quest’epoca del 2021, l’ipotetica XXI ora potrebbe corrispondere al 21mo anno in corso. Come a ipotizzare che il Principe Raimondo de Sangro è qui fra noi, ma non è in grado ancora di rivelarsi, per impersonare chi?

«L’ultima uscita pubblica del Principe avvenne infine nel luglio 1770, quando un’elegante «carrozza marittima» solcò il golfo di Napoli apparentemenrte trainata da cavalli ma in realtà mossa da un ingegnoso congegnoso sistema di pale a foggia di reuote. Da lì a poco, la sera del 22 marzo 1771, nel proprio palazzo di Napoli, per malore cagionatogli dall’inalazione o ingestone di una sostanza derivata da un suo esprimento, lo colse la morte. Si racconta che egli stesse lavorando da lungo tempo in quel periodo ad un potente elisir in grado di donare a chiunque l’ingerisse l’immortalità.

Sulla sua lapide tombale presente nella cappella su una grande lastra di marmo troviamo scritto tra le altre cose in latino:

«Uomo mirabile, nato a tutto osare, Raimondo de Sangro, capo di tutta la sua famiglia, Principe di San Severo, Duca di Torremaggiore… illustre nelle scienze matematiche e filosofiche, insuperabile nell’indagare i reconditi misteri della natura, esimio e dotto nei trattati e nel comando della tattica militare terrestre e, per questo, molto apprezzato dal suo Re e da Federico di Prussia… imitando l’innata pietà e lui pervenuta per l’ascendenza di Carlo Magno imperatore, restaurò a sue spese e con la saggezza questo tempio… affinché nessuna età lo dimentichi.»

Ma nonostante l’imponente dimora, il suo corpo non si trova all’interno del sepolcro e i resti delle sue spoglie sono ancora oggi avvolti in un strano mistero che ricalca molto il mito della morte e resurrezione di Osiride. (7)

La fuoruscita del Principe Raimondo de Sangro avvenne subito dopo le scena della «carrozza marittima» che solcò il golfo di Napoli apparentemenrte trainata da cavalli, si lega al suo viaggio post mortem nel mondo del mare astrale. 

Con queste credenziali sembrerebbe che il Principe “in sonno” abbia tutte le carte in regola per impersonare un nuovo uomo terrestre, per certi versi tenebroso e temibile.

Vengono in mente dei concetti che sembrano avere analogi risvolti su questo tema, quelli del filosofo austriaco Rudolf Steiner, fondatore dell’Antroposofia. Egli in una delle sue numerose conferenze si sofferma su uno degli Elohim della forza solare cristica che si distacca dal Sole, per far parte della forza lunare di Ahrimane. Si tratta del dio Jahvè che si sacrifica per contrastare “da vicino” le intenzioni antispirituali di Ahrimane, cioè Satana. Ahrimane vuol dire dunque Morte spirituale. (8) Insomma il dio Jahvè sembra una sorta di “infiltrato” nelle file della «bestia» che assomiglia alla figura di Saturno del quale si parla in una quartina di Nostradamus:

«L’albero che stava lungo tempo morto secco, (l’ex forza solare esiliata)

In una notte verrà rinverdire

Crono re malato, Principe in piedi eretto

Timore di nemici, farà volo bonificare.»

quartina III-91

Come a lasciar intendere che a Saturno per risorgere (Il volo) sarà necessaria un’azione depurativa intesa come “bonifica” (nell’alchimia questa operazione è intesa come una “medicina”). L’alchimia, è una sorta di magia che trasforma il piombo in oro. Gli alchimisti cercavano il rimedio universale che curasse tutte le malattie.

La parola «rinverdire» sembra legarsi al polmone verde del Pianeta, sempre più malato, legato appunto a Saturno. Le piante sono spesso definite come i polmoni verdi del nostro Pianeta, eppure, per produrre nuove foglie e fiori necessitano di poco ossigeno. Di qui il passo è breve per alludere ad una certa “bonifica” attraverso i polmoni umani, una sorta di sacrificio necessario per far nascere (o “rinascere” il dio Saturno. Una certa «strage degli innocenti» come fu per la nascita di Gesù a Betlemme. E siamo nella fase operativa degli alchimisti denominata “Il bagno degli astri“.

Il Bagno degli Astri.

Ed ora si entra nel vivo sulla Rugiada del cielo per esaminare delle allegorie che  gli alchimisti hanno concepito per illustrare meglio questa importante fase operativa del processo alchemico che è strettamente legato al cosiddetto Bagno degli astri.

Illustrazione 9: Il bagno degli astri. Notre-Dame de Paris. Condensazione dello spirito universale. Tav. XXIX , del libro Il Mistero delle Cattedrali di Fulcanelli.

Dunque, si prende in mano il libro di Fulcanelli Il Mistero delle Cattedrali e alle pagg. 110-111 si parla appunto del Bagno degli astri.

 «Sotto questo portico (9), si nota anche un piccolo rilievo quadrangolare veramente curioso. Sintetizza ed esprime la condensazione dello spirito universale, il quale forma, non appena si è materializzato, il famoso Bagno degli astri, nel quale si devono bagnare il sole e la luna chimici, per cambiare natura e ringiovanire. In questo bassorielievo vediamo un bambino cadere da un crogiuolo grande come una giara, mantenuta verticale da un arcangelo in piedi, avvolto avvolto da nubi, con un’ala distesa e che sembra colpire l’innocente. Tutto il fondo della composizione è occupato da un cielo notturno e stellato (tav. XXIX)  e (illustr. 9). Riconosciamo in questo soggetto, l’allegoria molto semplificata cara a Nicolò Flamel, del Massacro degli Innocenti che tra breve vedremo su una vetrata della Saint-Chapelle (nel capitolo seguente).

Senza entrare nei dettagli circa la tecnica da seguire nelle varie operazioni, ‒ cosa che nessun Autore ha osato fare [vedasi Post tenebras lux a fine brano – ndr]  ‒ diremo che lo Spirito universale, corporificato nei minerali con il nome alchemico di Zolfo, costituisce il principio e l’agente efficace di ogni tintura metallica. Ma questo Spirito, questo rosso sangue dei fanciulli, può essere ottenuto solo scomponendo ciò che la natura aveva primo composto in essi. Quindi è necessario che il corpo perisca, che sia crocifisso e che muoia se se ne vuole estrarre l’anima, la vita metallica e la Rugiada celeste, ch’esso aveva tenuto rinchiusa. E questa quintessenza, travasata in un corpo puro, perfettamente digerito, farà nascere una nuova creatura [il novello Gesù di Betlemme – mettiamo – ndr], assai più splendente dei corpi da cui deriva. I corpi non hanno alcuna possibilità d’agire gli uni sugli altri; lo spirito è attivo e agente.

Per questa ragione, i Saggi, sapendo che il sangue minerale di cui avevano bisogno per animare il corpo fisso ed inerte dell’oro non era altro che la condensazione, sotto forma umida, capace di penetrare e rendere  vegetative le misture sublunari, avveniva soltanto di notte, col favore delle tenebre, del cielo puro e dell’aria calma; sapendo, infine che la stagione in cui essa si manifestava più attivamente e più abbondantemente corrispondeva alla primavera celeste, i Saggi, per tutte queste stagioni, le diedero il nome di Rugiada di Maggio. […].  

Post tenebras lux. Non dimentichiamolo. La luce nasce dalle tenebre (astrali – ndr); essa è diffusa nell’oscurità, nel buio, come il giorno è nella notte.»

Gaetano Barbella

Fonti e citazioni:

  1. http://1995-2015.undo.net/it/mostra/113686
  2. https://www.museosansevero.it/leggende-popolari/
  3. https://www.labirintoermetico.com/06Numerologia_Cabala/gioco_oca/struttura_simbolica_gioco_oca.htm
  4. https://www.esonet.it/News-file-article-sid-763.html
  5. Il Mistero delle Cattedrali di Fulcanelli – Edizioni Mediterranee.
  6. In Spagiria la materia è l’unione di tre principi chiamati: MERCURIO FILOSOFICO, ZOLFO FILOSOFICO e    SALE FILOSOFICO. Secondo la concezione alchemica e spagirica, tutto il mondo si mantiene attraverso la cooperazione di questi principi. Essi sono la trinità presente in ogni luogo e in ogni tempo. Lo Zolfo filosofico è costituito dagli oli essenziali della pianta e notifica la presenza di un essere vegetale ed il suo essere individuo in un sistema complesso, la Natura. È dunque la caratteristica specifica e individuale di un vegetale. Il Sale filosofico è contenuto nelle ceneri della pianta e quindi ne rappresenta la memoria strutturale. Rappresenta il corpo, la componente fissa e la forma. Il Mercurio filosofico, che più di ogni altra parte è dotato di volatilità.Nelle piante è riferito alla linfa e quindi per esteso a tutta la parte liquida, compreso l’alcol che si produce per degradazione della cellulosa.
  7. https://cosedinapoli.com/personaggi/raimondo-di-sangro-principe-di-san-severo/
  8. Rudolf Steiner: “il movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura” (Editrice antroposofica-Milano) 
  9. Probabilmente si tratta del portico del portale nord o della Vergine di Notre-Dame de Paris.

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