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Nell’esoterismo egizio le figure terrene, i laghi, i campi, gli animali, le molteplici effigi degli dèi dalle membra composite, non sono immagini delle realtà corrispondenti, ma funzioni multiple di potenze che, attraverso il linguaggio metaforico appreso dagli iniziati nella Casa della Vita, attivano un proprio sistema di significanti, questi ultimi celati da un linguaggio liturgico intenzionale.

Matrici matematiche si rivelano nel linguaggio formalizzato dei riti e le gesta interpretate dagli dèi vengono redatte in forma di dogmi sacri mediati dalle immagini.

Una delle più famose è l’Occhio di Horus nella quale si visualizza l’occhio magico che Osiride, una volta reintegrate le membra disperse da Seth, grazie all’opera di Iside e Neftis, dona al figlio Horus allorquando, emergendo dal mondo della luce velata, la Duat, lo abbraccia trasmettendogli il potere della conoscenza, della consapevolezza e della trasformazione.

Nella rinascita l’Occhio di Horus vira su un piano superiore, anche nel dato numerico, lo smembramento di Osiride e questo processo è registrato nella sua polarizzazione, come mostra il Duplice Occhio di Horus ai lati di Osiride risorto con Corona Atef[1], nella tomba di Sennedjen, XIX dinastia.

Figura 1 - Osiride tra il duplice Occhio di Horus
Figura 1 – Osiride tra il duplice Occhio di Horus

Al Duplice Occhio di Horus è connessa una numerazione e una simbologia iniziatica.

Simboli e valori mumerici governati dal genio matematico del dio Thoth. Un Testo dei sarcofagi  riporta la seguente affermazione:

Io sono Thoth che ha preso possesso della grande Dea [Nut]. Io sono andato  a cercare l’Occhio di Horo: Io l’ho portato e l’ho numerato. Io l’ho trovato: completamente numerato e tutto intero.[2]

Il dio Thoth è rappresentato con testa di Ibis; come apprendiamo da Plutarco, l’Ibis è un animale sacro e il simbolo esoterico lo associa ai quarti di luna:

Nell’ibis la distanza fra una zampa e l’altra in relazione al becco forma un triangolo equilatero; inoltre la varietà delle sue penne bianche e nere e il loro rapporto di mescolanza riproduce il primo quarto di luna [3].

Il simbolismo di mescolanza dell’Ibis delle penne bianche e nere  in rifermento alla luna, a sua volta rappresentata dall’Occhio sinistro di Horo, mentre l’Occhio destro è assegnato al sole,  ci aiuta a svelare il senso del racconto egizio che riferisce di un allievo scriba (in egiziano sesh) della Casa della Vita, il quale facendo notare al suo maestro che il totale delle frazioni ottenute sommando i valori dell’Occhio di Horo si dava nell’espressione

1/2 + 1/4 + 1/8 + 1/16 + 1/32 +1/64 = 63/64

ebbe per risposta che il sessantaquattresimo mancante a completare l’unità sarebbe stato donato dal dio Thoth allo scriba che si fosse messo sotto la sua protezione. L’individuazione del sessantaquattresimo mancante va fatta sull’intero gruppo di frazioni dell’Occhio di Horo, di cui va reiterato il frazionamento.

Unendo in modo complementare la serie dei sei valori dell’Occhio di Horo, sinistro e destro, si avrà:

1/64 + 1/64 = 1/32; 1/32 + 1/32 =1/16; 1/16 + 1/16 = 1/8;

1/8 + 1/8 = 1/4; 1/4 + 1/4 = 1/2;

1/2 + 1/2 = 1

Quindi la soluzione dell’enigma si presenta come individuazione del limite della somma delle prime 12 potenze di 1/2, mentre il limite vale 1, in relazione al ciclo dell’anno solare.

Il simbolo dell’Occhio di Horo fu trovato nel dodicesimo strato delle bende nella mummia di Tutankhamen.

A Seshat, dea della scrittura e delle scienze, sorella di Thoth, è affidata l’applicazione rituale della dottrina del fratello. Nell’iconografia è rappresentata con una pelle sacerdotale di leopardo e con sul capo uno stendardo sostenente una stella a sette punte inscritta originariamente in un crescente lunare capovolto, poi mutatosi in un paio di corna rovesciate. La dea  computa con uno stiletto sulla nervatura di una foglia di palma.  Nel Nuovo Regno Seshat, è preposta all’orientamento nel rituale di fondazione dei templi che venivano orientati a Nord con Benetnasch, stella dell’Orsa Maggiore. Recentemente l’astronomo Juan Antonio Belmonte Avilés ha suggerito che il dispositivo sulla testa  di Seshat rappresenta lo strumento di puntamento verso le stelle Phecda e Megrez, il cui allineamento verticale indica il Nord, nella costellazione Meskhetyu (il Carro), formata da sette stelle.[4)]

Nel Tempio di Denderah è stata ritrovata una Tavola di Thoth dalla cui suddivisione numerica risultano 64 sezioni, nelle quali una sequenza aritmetica, geometrica ed astronomica descrive il processo di accrescimento proporzionale di volumi e spazi che sono alla base di tutto il creato .

Questa speculazione ci riconduce al Serapeum di Sakkara, località corrispondente all’antica necropoli di Menfi, ove 64 sarcofaghi custodiscono i corpi mummificati dei tori sacri Apis offerti in sacrificio per la resurrezione di Osiride, la cui reiterazione annuale si collega al superamento del limite del tempo nel rituale fondato sull’asse polare, segreto custodito dal dio Thoth, rinnovato alla fondazione del templi dalla sorella Seshat.

L’unità che Osiride incarna nella rinascita, celebrata nel Serapeum di Sakkara, ove 64 sarcofagi custodiscono i corpi mummificati di altrettanti tori Apis offerti in sacrificio per la resurrezione di Osiride, si collega alla radice etimologica che designa il toro Apis: hep indicante l’unità primigenia già nei Testi delle Piramidi. Parimenti la Pietra di Palermo, V dinastia, attesta l’adorazione di Apis nel regno di Den, I dinastia. Il sessantaquattresimo mancante nel singolo Occhio sacro si ricollega alla speculazione teologica che vedeva nel numero di genesi 8, di cui 64 è un multiplo, il nucleo attivo del Cosmo gestito dagli dèi nella città di Ermopoli, aspetto iniziatico di cui ho parlato in altro articolo. Che questa simbologia egizia sia rintracciabile trasversalmente nel cammino dei riti lo dimostra la sua persistenza teologica nella Stele di Metternich (IV secolo a.C.). In essa sono espresse alcune chiavi iniziatiche d’accesso alla simbologia del dio Horus che indirettamente danno luce al simbolo della Fenice inquadrandolo nella sua valenza cosmologica:

“La protezione di Horus è colui che è nel suo disco ( Ra) che illumina la terra con i suoi Due Occhi.

La protezione di Horus è il Leone della Notte che viaggia nella Montagna di Manu (l’Occidente).

La protezione di Horus è la Grande Anima Nascosta che circola nei suoi Due Occhi.

La protezione di Horus è il Grande Falco che attraversa volando il Cielo, la Terra, l’Aldilà.

La protezione di Horus è lo Scarabeo Sacro, il Grande Disco Alato che è nel Cielo.

La protezione di Horus è l’Aldilà, il paese dove i visi sono rivolti indietro, dove le cose sono invisibili.

La protezione di Horus è la Divina Fenice che risiede nei suoi Occhi.[5]

Si evince da questo dettato che “i visi rivolti all’indietro” qualificano una direzione retrograda pertinente un moto di ritorno di Osiride a quel Primo Tempo che fonda l’origine del Cosmo, cui rispondeva la tradizione orale della morte di Osiride associata alla mancata apparizione della costellazione di Orione all’orizzonte a causa del movimento celeste dovuto alla precessione degli equinozi che interagisce con il piano dell’eclittica.

Comprendiamo quindi chi fosse quel dio “nascosto nelle braccia del sole” evocato nella celebrazione dei Due Occhi di Horus, come riferisce Plutarco:

Negli inni sacri di Osiride viene invocato – colui che sta nascosto nelle braccia del sole – e il trenta del mese di Epifisi (27 maggio – 26 giugno, quindi al solstizio) si festeggia la nascita degli Occhi di Horo: in questo giorno, infatti, la luna e il sole si trovano sulla stessa retta e per gli Egiziani non solo la luna ma anche il sole sono Occhio e Luce di Horo.[6]

Il segreto di queste attribuzioni si fa esplicito nella Stele di Metternich: una “Grande Anima Nascosta” si sottende e circola all’interno dei periodi lunisolari rappresentati dai “Due Occhi di Horo”. Essa, attraverso la palingenesi delle forze celesti nel periplo retrogrado, si manifesta prima come “Falco”, poi come “Scarabeo”, infine si codifica come “Divina Fenice” che “risiede” nei Due Occhi di Horus. Il lascito di questa tradizione simbolica è attestato da Orapollo, che così si esprime:

La Fenice è simbolo del sole e nulla nell’universo è più grande di esso; il sole infatti sovrasta e scruta ogni cosa ed è per questo che viene chiamato dai molti occhi”[7] come interpretato da Sbordone, che riporta una grafia tarda del nome di Osiride costituita da un Occhio e da uno Scettro. [8]

Da qui l’Occhio della Fenice inteso come illuminazione consapevole di Osiride che rinascendo incarna il rinnovamento dei cicli celesti. Parimenti Orapollo attesta:

Gli Egiziani quando vogliono simboleggiare il grande rinnovamento ciclico degli astri, raffigurano una Fenice”[9] .

Concludiamo col rilevare la dichiarazione di Osiride risorto, resa alla Formula 64 del Libro dei Morti egizio, coerentemente con la metafora numerologica – iniziatica esposta: “Io sono Ieri e conosco il Domani”[10] e ricordo che il Duplice Leone ha i nomi in codice di “Ieri e Domani” nella funzione di preposto alle rinascite del Sole- Osiride, tema illustrato in un sarcofago del Museo del Cairo.

Umberto Capotummino

Tratto dal libro: L’occhio della Fenice” di Umberto Capotummino – Sekhem Editore

Cop. L’occhio della fenice

Note dell’articolo:

[1] Corona Atef: costituita da un insieme di piume di struzzo che sostengono l’emblema di un sole centrale

[2] Testi dei Sarcofagi, A. de Book, The Egyptian Coffin Texts, III,343  b-h Chicago,1935-1961

[3]Plutarco, Iside e Osiride, Cap.75

[4] Juan Antonio Belmonte Avilés, Le porte delle stelle, in STORICA- National Geografic n.75, pag. 22-35 Marzo 2015

[5] E. Bresciani, Letteratura e Poesia nell’antico Egitto, Dai Testi Drammatici della Stele di Mettrnich, ” Horo nelle paludi  di Kemmi”, pag. 501. Einaudi 1969 e 1990.

[6] Plutarco, Iside e Osiride, Cap.52

[7] Orapollo, I Geroglifici I, 34

[8] F. Sbordone, La Fenice  nel culto di Helios, S.I.E.M.

[9] Orapollo, I geroglifici II, 57

[10] Boris de Rachewiltz, Il Libro dei Morti degli Antichi Egizi, Formula/ Capitolo 64. Edizioni Mediterraee, 1966.

Note sull’autore:
Umberto Capotummino è laureato in Lettere moderne presso l’Università di Palermo dove vive e insegna. E’ pubblicista, da oltre vent’anni studia e interpreta gli aspetti filosofici, esoterici, divinatori del Libro dei Morti degli Antichi Egizi e dell’ I King o Libro dei Mutamenti dell’antica Cina. Autore di numerosi articoli e conferenziere, il suo ultimo libro è intitolato “L’Occhio della Fenice, Sapienza e divinazione dall’antica Cina all’antico Egitto”, edito dalla sua Casa Editrice Sekhem nel 2006.

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