Castrum Petrae Roseti

“Della rosa fronzuta / diventerò pellegrino; / ch’io l’aggio così perduta. / Perduta non voglio che sia, / né di questo secolo gita, / ma l’uomo che l’ha in balia, / di tutte gioie l’ha partita…

Un affascinante percorso naturale, storico, religioso ed architettonico si snoda nell’ entroterra calabrese, in particolare fra le province di Cosenza e Crotone. Un percorso affascinante e misterioso che si coniuga con la “leggenda” e in cui sono riconoscibili numerose tracce che si impongono con forza alla furia del tempo e della modernità, tracce collegabili soprattutto all’età sveva ed all’ imperatore Federico II, a quell’ imperatore “Stupor Mundi” che fu molto più di un imperatore. Egli fu, infatti, spirito raffinato e indagatore, uomo di scienze e di lettere, personaggio affascinante, dal grande spessore politico e culturale, dalla versatilità creativa, dal vigore vitale, dalla forza equilibratrice che seppe dare, con parametri che a volte trascendono la stessa norma e la stessa coscienza del Medioevo, vigore ed orgoglio alle genti del meridione. 

Questo percorso calabrese legato a Federico II è tracciato dal sentiero che collega idealmente i tanti castelli federiciani del meridione d’Italia. 

Nelle limpide e cristalline acque del mar Jonio, l’antico mare della Calabria Citeriore, in quel mare miceneo dove la leggenda volle nacque Venere, il mito pagano e cristiano si coniugano perfettamente. In quel tratto di mare denominato “ Costa degli Achei”, con chiaro riferimento alla frequentazione achea della zona, tra la foce del fiume Ferro a nord e la foce del Trionto a sud, nella Piana di Sibari, è incastonata la cittadina di Roseto Capo Spulico. Il nome Roseto deriva dal latino “rosetum” in quanto in questo territorio era diffusa la coltivazione delle rose che crescevano anche nei mesi rigidi, mentre la dicitura Capo Spulico è stata aggiunta nel 1970,  perchè il comune è vicino al “Capo Spulico”, che separa il Golfo di Taranto da quello di Corigliano Calabro e un tempo era il confine tra la Sibaritide e la Siritide. Nell’antichità Roseto era una delle venticinque città che gravitavano intorno a Sibari, la più famosa colonia achea. Caduta la Magna Grecia, si trovò sotto la dominazione romana. La Roseto odierna nacque nel X secolo d.C. e raggiunse il suo massimo splendore intorno al 1260 in epoca federiciana. La Calabria, infatti, era parte integrante del regno di Federico II di Svevia e faceva parte di una delle due grandi circoscrizioni amministrative: il Capitanato Generale «a flumine Tronto usque ad portam Roseti» comprendente la Campania, la Puglia e la Lucania, e quello «a porta Roseti usque ad flumen Salsum» comprendente appunto la Calabria e la Sicilia orientale. 

Proprio nel territorio di Roseto Capo Spulico, incastonato nella roccia, su uno scoglio leggermente rialzato, in riva alle chiare acque del mare Jonio, sorge un magnifico e misterioso castello, il Castrum Petrae Roseti, che fa parte del sistema dei castelli federiciani sparsi nella Penisola, una serie di avamposti che l’imperatore volle edificare per controllare e preservare il suo territorio. L’origine del maniero non è ancora ben precisata, ma si ritiene che la fortificazione possa risalire ad epoca pre-federiciana, quando Roberto il “Guiscardo” e il fratello Ruggero si divisero la Calabria e decisero di eleggere la “Porta Roseti” quale confine dei relativi possedimenti. Nel 1229, già Tempio dell’Ordine, il maniero fu requisito da Federico II ai Cavalieri Templari, per ritorsione al loro tradimento durante la VI Crociata in Terra Santa (1228). Il primitivo complesso fortificato fu poi ristrutturato dall’imperatore e riadattato a fortezza militare. L’intrusione angioina nel Mezzogiorno d’Italia procurò altri rimaneggiamenti all’edificio. Recentemente sottoposto a lunghi interventi di restauro, il castello è stato dotato di un piccolo anfiteatro all’aperto, all’interno del quale nei mesi estivi vengono ospitate manifestazioni culturali. 

Di pianta trapezoidale, il castello é circondato da mura merlate che sul lato sud si aprono in un ampio ingresso con un imponente portale in stile gotico che conserva ancora la rosa crociata, i petali di giglio, il cerchio di Salomone e lo stemma con grifone, emblema del casato Svevo. La struttura presenta possenti torri, una delle quali più alta, merlata, è a pianta quadrangolare. All’interno della rocca vi sono un ampio cortile, dotato di cisterna centrale, i resti delle scuderie e magnifici e ampi saloni. Ma c’è qualcosa di misterioso che aleggia attorno al Castrum Petrae Roseti: negli anni recenti esso è divenuto sempre più insistentemente oggetto di studio non solo per gli storici, ma anche argomento trattato da scienze religiose, mistiche ed esoteriche. A questo proposito, circa la derivazione di questo castello da modelli templari alchemico-esoterici si è espressa una recente ipotesi, che ne farebbe derivare le forme dal Tempio di Gerusalemme. Sul portale del castello, come ho scritto sopra, è inciso il simbolo della rosa crociata e il castello è citato dall’alchimista Robert Floudd come uno “ dei soli nove collegi al mondo dove i Rosacroce risiedevano”.

Inoltre, sempre secondo questi ultimi studi, ci sarebbe anche un altro episodio da correlare a questi simboli templari e rosacrociani sparsi per il castello. Si ipotizza infatti che la torretta centrale abbia ospitato, nel periodo compreso tra il 1204 e il 1253, la Sacra Sindone, o meglio le Sacre Bende che avrebbero ricoperto dopo la morte il corpo di Cristo. Nel settembre del 1999 le principesse Yasmin e Kathrin Von Hohenstaufen, discendenti dirette di Federico II di Svevia, sostennero di aver scoperto negli archivi delle cappelle di famiglia un documento di epoca normanna secondo il quale la Sindone, le Sacre Bende ( Sindone et Sudario Christi) e l’Onfale ( Loculo Ubi Christi Cenavit) contenente il Santo Graal, non solo sarebbero appartenuti a Federico II, ma sarebbero anche transitati proprio dal Castello di Roseto Capo Spulico. Questa casuale scoperta avrebbe consentito di dimostrare dove vennero custodite le sacre bende nel periodo in cui scomparvero, prima che riapparissero intorno al 1356. Nel 944 d.C. le sacre bende vennero trasportate a Bisanzio dopo essere state esposte e venerate ad Edessa ( l’attuale Urfa, in Turchia) . A Bisanzio gli imperatori conservarono le reliquie con immensa cura fino a quando , in seguito al saccheggio della città operato dai crociati nel 1204, se ne persero le tracce. Misteriosamente, intorno al 1356 , il nobile francese Geoffroy de Charny espose in una chiesa del suo feudo un sudario che venne presentato come quello in cui era stata composta la salma di Cristo. Da allora la reliquia compì un cammino che si concluse a Torino, dove è custodita tuttora. Dunque del lenzuolo si persero le tracce proprio nel periodo compreso tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo. Fu appunto in questo periodo che, secondo le ricerche dettagliate delle principesse Von Hohenstaufen, l’imperatore Federico II venne in possesso delle Sacre Bende, ereditandole dal Barbarossa, che le aveva inizialmente celate nel Monastero di Buren a Lorch ( a dieci chilometri dal castello Hohenstaufen). Federico II portò quindi le reliquie con sé nella Corte Itinerante e le custodì, tra l’altro, proprio nel Castello di Roseto, nel “Castrum Petrae”. Le Bende e la Sindone furono scippate a Federico II durante l’eccidio di Parma nel 1248 e l’imperatore non si diede pace. Fu proprio da quel momento che egli divenne il “pellegrino” della “ Rosa Fronzuta”, come appunto egli amava chiamare il sacro lenzuolo, il lenzuolo che conteneva la “rosa” più pura del paradiso, il Cristo. La tesi delle principesse eredi di Federico II sono state pienamente accolte anche dall’eminente studioso di sindonologia, il prof. Baime Bollone, che le considera degne di attenzione. Il nome della principessa Kathrin von Hohestaufen, inoltre, è legato anche ad una rivelazione derivante da una scoperta quasi casuale.  Durante gli ultimi lavori di ammodernamento del maniero di Roseto Capo Spulico, un muratore avrebbe per caso scoperto un palla ovoidale in calce e pietra con i simboli templari dell’Agnello mistico, della Croce e del Giglio dove, secondo la tesi della principessa, sarebbe stata conservata la coppa del “Graal”, il calice in cui Gesù Cristo istituì l’Eucarestia durante l’Ultima Cena e dove nel suo interno, il giorno successivo, Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue del Redentore, dopo averlo calato dalla croce. Dunque, questo oggetto-simbolo, ammantato di fascino e mistero e fonte di ispirazione per la letteratura, la musica, la scienza e l’arte, la cui ricerca ha impegnato nei secoli cavalieri e ricercatori, e che ancora oggi, periodicamente, viene riproposto attraverso opere letterarie o indagini storiche, avrebbe trovato ospitalità, insieme alle Sacre Bende, tra le mura del “Castrum Peatre Roseti”. “Della Rosa Fronzuta sarò Pellegrino” è una pièce teatrale, patrocinata dall’UNESCO, scritta dalla principessa Yasmin Von Hohenstaufen per la quale la principessa Kathrin è autrice della colonna sonora celtico-medievale. La Principessa Katrin von Hohenstaufen, medico chirurgo onco-ematologo di fama internazionale, ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Roseto capo Spulico e, proprio per i suoi studi storici sull’ itinerario delle reliquie del Golgota ha ricevuto altresì un Charter di riconoscimento dal Cardinal Ersilio Tonini. Grazie a Roseto Capo Spulico e a Federico II la Calabria acquista a pieno titolo un posto di grande rispetto nell’alveo del più grande mistero della cristianità, quello legato al Sacro Graal e alla sua “quête”. C’è dunque uno stretto legame tra questa terra e gli avvenimenti che a Gerusalemme , circa duemila anni fa, hanno cambiato il corso della storia. 

Loredana Chiarello

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